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I SAGGI BREVI DELLA RACCOLTA VOCE SOLA

 

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POESIE E SAGGI GIOVANILI (.pdf)

Assenza (o soglia del mio dolore)

La Natura Assente

Le Voci del Popolo

Dell'Estetica Passione

Della Defraudante Definizione

Del Confronto

Della Bellezza

Io non

L'ineffabilità mia e dei miei simili

Del Superamento della Metafora

Storia di un Assassinio

L'Occhio che ascolta

La Risonanza della Frattura Costante         

Quiete. Aforisma. Devastante.

Non ci sono Illusioni per me alla Domanda

 

Sappi che io conosco i tuoi pensieri

Mistero per la ragione

L'autentico artista non ripete

L'uomo è inconscio

La scoperta fa seguito la ricerca

La problematica filosofica è finita

Il rattrappimento

ArVita

I passi già vissuti

Punto di non ritorno

 

Appunti su Arezzo (luglio 2006)

La mia anima blues (marzo 2006)

Linee teroriche:

Diffrazioni Sonore

Aisthànomai, il Dramma della Coscienza

 

Abstract tesi Ascenseur pour l'échafaud: il luogo della musica nell'audiovisione

 

 

 

Le poesie che si riportano sono una selezione dell'opera poetica scritta tra il 1995 e il 2005 circa. Esse sono liberamente utilizzate e interpretate all'interno delle performance connesse al progetto Aisthànomai.

 

I saggi che si riportano sopra sono stati scritti tra il 2000 e il 2002, in concomitanza con gli studi svolti presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa di storia e analisi dell'arte. Deliberatamente privi di note e di indicizzazioni bibliografiche, essi hanno come tema centrale il rapporto-scontro tra le figure dell'artista e dell'analista o storico dell'arte; e sono stati pensati come paragrafi di un unico corpo, l'introduzione al romanzo scritto tra il 1998 e il 2001 "Dell'astrale e lordico potere".

Numerosi altri testi di natura saggistica, sono da considerarsi bozze e frammenti di un'opera ancora in corso.

sopra

 

 

 

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RACCOLTA VOCE SOLA

lavoro di definizione degli appunti e frammenti scritti in

prosa sul discorso vocale, oggetto di ricerca degli ultimi anni.

 

18.05.2008

I. Della voce per dire

 

07.06.2008

II. L'io nella ricerca (la progettualità)

 

27.06.2008

III. L'io nella ricerca (la processualità)

 

17.07.2008

IV. L'io nella ricerca (la vocalità)

 

I. Della voce per dire 1

La “voce” è uguale a “essere/creare”, io dico: la voce è uguale al rapporto tra essere e creare. Rapporto: confronto, risultato della divisione, eccessi di senso e scarti tra connotati e aspetti dell’“essere” e del “creare”. In quanto ciò, io dico, essa presiede ogni lavorazione, e diversi tipi di progettualità. [1]  

Trascrivo un appunto sintetico, e facendolo preciso il mio modo di dire. E nel dire io sfido il paradosso di far sentire l’intuizione che mi muove. Intuizione è una parola traboccante di senso, che pertanto assumerà forse un’immagine via via più chiara, nel corso di queste riflessioni. Oggi inizio a scrivere, e mi muove l’intenzione di essere molto chiara. La lingua però, devo allertare, è già di per sé un problema. La lingua in quanto forma, s’intende, e la forma come scrittura. 2

Anzitutto riflettiamo sulla «capacità del parlante di porsi come soggetto» [2] : se io scrivo, nel contesto della mia creazione, “la voce dice”, il soggetto non è “la voce”, ma io che dico “la voce dice”. Un’altra persona avrebbe espresso un altro pensiero, e l’avrebbe fatto con altre parole. [3]  “La voce dice” è una proposizione speculare di un mio pensiero, il quale resterebbe inespresso se io non lo enunciassi. [4] 5

«Raffinata o grossolana, una lingua sottintende molte più cose di quelle che non possa esprimere (...) la parola non fa che segnare di quando in quando le principali tappe del movimento del pensiero.» [5] Ecco che le parti di un testo «ci parlano di quel testo come di un atto» [6]. In altri termini, è bene ricordare, e tenere bene a mente, che le parole non esprimono e contengono in sé un senso diretto e univoco, ma molteplici aspetti di senso veicolati dal “significante” [7]; ciò che appare (ma non è) uno e non scisso è il “significato” il quale, “non è mai dunque il senso stretto.” [8]  Le parole sono gli strumenti di un codice comunicativo (la lingua) in rapporto a sensi più o meno flebili o flessibili; con i loro significati possibili rappresentano altro, una cosa o uno stato di cosa. «L’enunciazione è una produzione e un passaggio, il passaggio da un’istanza virtuale (come il codice) a un’istanza reale.» [9]  9

La voce per dire è un’enunciazione pura e semplice. La voce è il «suono che, nel parlare o nel cantare, è prodotto dalla laringe nel momento in cui il flusso espiratorio incontra le corde vocali mettendole in vibrazione; anche, il timbro di tale suono, dovuto alla conformazione delle cavità (faringe, fosse nasali ecc.) che fungono da risuonatori» [10] ecc. Il dire è l’«uso sostantivale del verbo (...) il parlare, l'esprimersi, il dichiarare.» [11]11

Quando dico e scrivo “la voce per dire”, io intendo dare valore alla congiunzione che dalla “voce” va a “dire”: che introduce la voce come azione e il “dire”, anch’esso sostantivale, come mezzo; inoltre: una possibilità estesa dell’azione e una possibilità di maniere cui l’azione si compie.

"Dire", come dire "agire". 12

Ciò premesso, ripeto e dico: la “voce” è uguale a “essere/creare”. Essere, in senso filosofico [12], con riferimento alla vita e all’esistenza come “determinazione d’essere” e non come “semplice-presenza” [13], «cioè riferità alla verità dell’essere stesso» [14]. Creare, nel senso di produrre e/o ideare, far sorgere (ciò che prima non era) e/o dar forma, al caso nominare. Il creare implica la ricerca nel suo significato modale – sia essa artistica: un “fare” che sia un “far sorgere”. Fare un’azione: agire, nel senso di “porre in essere”, l’operare: l’essere e il creare, l’essere nella ricerca. [15] – Posto che parole quali “ricerca”, “arte”, “musica”, “azione”, “coscienza”, abbiano nel senso comune un significato poco chiaro (e di questo ho già detto [16], e non escludo di tornare ad approfondire) se la ricerca è una ricerca sulla voce, tuttavia, si tratta di una “ricerca vocale”. –17

Ogni aspetto del mio fare [17] è così problema, non solo l’applicazione vocale: «tutto diviene ricerca, problema, coscienza» [18], la «creazione artistica in ciò smette di essere sociale e settoriale o chiusa, per operare nella filosofia.» [19] La concezione filosofica è la chiave di ogni ricerca, nel senso inteso da Pier Paolo Pasolini – “Indifferenziazione filosofica delle grammatiche” [20] –, nel modo in cui l’ho esposto io [21]: il territorio della ricerca è un non-territorio, un de-territorio, privo delle corrispondenze tra caratteristiche e categorie; il che vuol dire precisamente: non esistono definizioni che tengano o pensieri prestabiliti. Ogni parola viene messa in discussione, come ogni cosa o fatto; osservati al di qua di ogni nozione, indagati e comprovati, al fine confrontati con quanto generalmente accreditato e ritenuto certo. Lo scarto qualifica allora il nostro lavoro, la nostra chiave di lettura, altro punto di vista, altro smistamento intellettivo, concettuale o dell’intuizione. L’io nella ricerca, come è ovvio, implica l’isolamento: «l’isolare il proprio io, l’io profondo, l’io di chi scrive, è una lotta per la vita.» [22]22

Ecco dunque, devo sottolineare due cose: il significato della sperimentazione, da due punti di vista imprescindibili. Da un lato, non simpatizzo con i cosiddetti “gruppi di ricerca”, meglio definiti come “seminari sperimentali”, nel campo della didattica della musica, in generale delle arti, in quanto categoria: “esperienza sperimentale” falsa in partenza. Tutto quanto si fa corrispondere a una categoria smette di essere sperimentale. L’espressione “seminario sperimentale” può servire per intendere che si stanno sperimentando modalità metodologico/didattiche; viene più spesso usata per avvicinare i partecipanti a certe ultime teorie o cognizioni di metodo appena comprovati o riconosciuti. Ma qui come nella più classica delle lezioni, assisteremmo all’esposizione di un metodo e vieppiù l’adotteremo. «Essi non si rendono conto cioè che il loro rifiuto alla realtà apparentemente rivoluzionario è in sostanza reazionario, e quindi riadotta tutti gli schemi linguistici restauratori: compie un’operazione classicistica, in una parola» [23], «un espressionismo classicistico, un anticlassicismo classicistico» [24]. Lo sperimentare si situa, invece, al livello delle modalità, creandole; non si riferisce a cosa si apprende, ma a un come che non necessita di complementi di specificazione; indica esattamente il modo della ricerca, il ricercare stesso, una condizione mentale non indottrinabile.25

A tutti coloro che si interessano della sperimentazione come del mio lavoro, e talvolta mi chiedono quali siano i corsi e seminari da seguire, io dico: non esiste una categoria della sperimentazione: l’esperimento è al di qua dell’indicizzazione comune in quanto tale. Si vive però dell’illusione di sperimentare adottando come mezzi e strumenti i meccanismi fallaci della cultura attuale e, in quanto tale, non prospettiva. La sperimentazione sorge quando quest’adozione non è sufficiente, e i codici culturali non hanno ancora gli strumenti per definire. – Nell’impossibilità della classificazione, la società “denuncia il carattere psicotico poiché solo in tal modo la può nominare” [25]. – La sperimentazione è tale in quanto procede dall’io nella ricerca.

Io affermo un concetto molto fluido, se recepito fluidamente: se x entra a far parte di una categoria, se è indicizzato, nominabile, definibile e definito, x non è più x, ma cosa di quella categoria, indice, nome, definizione.

Le caratteristiche sui generis che danno l’illusione che la sperimentazione sia indicizzabile non sono certamente caratteristiche della sperimentazione: sono bensì caratteristiche che la conoscenza della storia della musica (o dell’arte) consente di individuare e definire. Dunque parliamo ancora di adozioni all’ultima moda, non di esperienza sperimentale. 26

Ma resta l’altro punto di vista: quello della necessità della ricerca, che è come la necessità della coscienza, di cosa di cui non si può fare a meno ma di cui si soffre la perdita, la mancanza. A questo punto la libertà è libertà di rifiutare “tutto ciò che non è necessario” [26]. Ma tale mancanza “evidentemente si ripercuote dalle strutture della società” [27], nelle quali risiede la categorizzazione, l’intelligenza per settori, il catalogo dei generi; tutte cose che per paradosso vanificano il contesto, l’attualità, l’esperienza contemporanea in atto, lo spazio in cui si muove, a favore dell’assunzione di codici su codici. – Ecco perché bisogna scavare nelle differenze. – 28

In rapporto alle definizioni e ai codici culturali, infine, alcuni quesiti mi sono stati posti da Donato Zoppo qualche mese orsono [28]. Li trascrivo con le mie risposte.

 

Qual'è la definizione che Romina Daniele solitamente dà alla propria proposta musicale?

Definire vuol dire "determinare chiaramente con parole essenziali", ciò nel campo della musica riguarda un'indicazione di categoria/genere/stile. Io posso parlare di riferimenti importanti per la mia musica (opere e autori nella storia), ma non di una definizione a priori a cui la mia musica corrisponde, poiché quest'ultima esiste nel momento in cui si realizza in quanto mia e determinata da me stessa nel suo porsi.

Se proprio vuoi delle etichette (marchi, definizioni), "sperimentale" e "avant-garde" potrebbero forse andare bene, ma precisazioni sui miei metodi e le mie tecniche dovrebbero assolutamente intervenire; per cui ritengo che anche questi termini, nel rispetto del mio lavoro, siano fuorvianti (non sarebbe dunque corretto dire che io "mi definisco sperimentale e avant-garde"). Ferme restando le dette precisazioni (che mancano qui poiché non richieste), tali termini andrebbero inoltre fatti aderire al concetto del "Libero arbitrio", puramente filosofico, cioè tecnico e teorico, finalizzato alle possibilità conoscitive ed esplorative (dunque assai lontano dal "vagare senza meta e tecnica" con cui solitamente oggi si concepiscono le "esperienze sperimentali"); concetto riassumibile nella formula: La mia maniera è non avere maniera.

Qual'è il motivo per il quale hai scelto questa definizione?

Più che di motivo, sarebbe meglio parlare di bisogno. Le scelte vere, consapevoli, sono quelle che seguono ad un'analisi meticolosa e profonda, quelle che diventano sinonimo di necessità, una volta che la scelta appare come l'unica possibile. Il motivo allora potrebbe essere.. che il mio lavoro non esisterebbe in altro modo; e se mi riconosci che esiste, vuol dire che è più forte delle definizioni in quanto atto.

In che modo avere una definizione della propria musica può avvantaggiare?

Non può avvantaggiare la musica in sé, il lavoro del musicista/creatore/artista in quanto tale.

Può avvantaggiare però i mass-media e certi fruitori, nel definire e presentare; e così automaticamente "chi crea" nell'essere definibile e presentabile (nonché commercializzabile). Si tratta dunque di un vantaggio sociale, nel senso mondano del termine.

Ma in tal caso la propria musica e "l'atto creativo" non viaggiano più insieme, poiché il "vantaggio mondano" è antipodico a quello della conoscenza: il vantaggio reale (umano, dell'arte e della conoscenza) è infatti quello "creativo" per cui è possibile favorire alla storia della musica, della cultura e dell'arte (nel percorso dell'esplorazione dei mezzi, concentrandosi sulla creazione in sé); e non va certo d'accordo con il vantaggio sociale (l'ingresso in questa o quella categoria tale poiché definita e definibile).

Se mi chiedi: val la pena trovare dei compromessi per sfociare con il mio lavoro in quello che ho chiamato "vantaggio sociale"?, ti rispondo: no.

Come viene accolta la tua definizione dai mezzi d'informazione e dalla stampa specializzata?

Il mio pensiero e il mio lavoro (nei termini in cui lo sintetizzo qui) vengono accolti con difficoltà dialettica, verbale, sintattica, espressiva; principalmente perchè l'analisi e la discussione degli stessi richiedono oggettivamente un avvicinamento alla concezione reticolare della conoscenza (richiesta che costituisce un ambito importante della mia musica), alla quale si è generalmente estranei. Dal punto di vista del fruitore non giornalista (ascoltatore critico, ma non critico che ascolta), tuttavia, il rapporto si può svolgere a livello intuitivo e della percezione (altro ambito importante su cui lavoro).

(S)definire la musica: è possibile?

Si tratterebbe di un ritorno (vivo qua e là nelle epoche passate, mi riferisco alla storia della critica musicale) all'attenzione per l'essenzialità dell'atto creativo, quale io professo, piuttosto che alle definizioni di categoria. E' importante però capire che quest'azione non può spettare alla critica (il cui lavoro certo contribuisce a sensibilizzare, se svolto in tal senso), ma principalmente a chi crea, con l'atto stesso di creare, piuttosto che inseguire.

 

 

INDICE

II. L’io nella ricerca (la progettualità)2729

Ribadisco un concetto: se entra a far parte di una categoria, se è indicizzato, nominabile, definibile e definito, non è sperimentale. E ne chiarisco un altro: non è che sia sperimentale se il critico tal dei tali lo scrive. «Come si comporta dunque la lingua quando deve interpretare la musica? Ahimè, si direbbe molto male»[29], poiché giudica «secondo le regole dell’interpretazione, le costrizioni dello stile» [30]; ma più precisamente poiché tende ad attribuire degli aggettivi ad esibizioni e dischi, e con essi la significazione. [31] – Il “rigore”, il “brillante”, il “calore”, il “rispetto di quanto è scritto” [32]. – Questo perché l’aggettivo (appunto attributo della significazione) chiude la proposizione e fornisce una definizione, obbedisce ad una cultura in cui «tutti i giochi sono appiattiti nella perfezione» [33]; non la perfezione artistica, s’intende qui, ma  quella “comunicativa” dell’articolante, e presunta tale. «Modificare il suo livello di percezione o di intellezione [della musica]: spostare la zona di contatto tra la musica e il linguaggio» [34] è invece indispensabile, per concepirla, pensarla e parlarne.  34

Ma considerando i termini “aggettivanti” della cultura, e dunque la difficoltà di un taglio netto di tale portata, chi scrive di musica dovrebbe almeno porsi due o tre domande: 1. Di cosa sto parlando? (che prodotto ho di fronte?) 2. Si tratta proprio di significazione? (lo stesso è portatore di un senso “noto, chiaro ed inequivocabile” [35] ?) 3. Se non si tratta di significazione, con quali termini ne parlarò? [36] Coerentemente all’attualità, l’ultima domanda s’intende “facoltativa”, poiché chi scrive di musica con difficoltà si pone la seconda, barrandosi la strada delle possibilità di senso alla prima, alla quale risponde con aggettivi (non importa se costretti), utili a definire le presunte caratteristiche, che corrispondono ai generi e alle categorie (note a chi scrive). Che nella nostra cultura si soffoca di significazione e la scrittura non riesce ad essere un progresso lungo il discorso: così si concepiscono l’arte e la musica «a patto che queste ultime siano chiare, che “traducano” un’emozione e rappresentino un significato» [37]: se il prodotto appare “ambiguo”, e tuttavia ne stiamo parlando, allora la “chiarezza” la forniamo noi (non importa se arbitrariamente), con gli aggettivi che ci paiono con presunta evidenza prossimi ma che ovviamente suoneranno fuori luogo: parleremo di «arte che vaccina il piacere (riducendolo a un’emozione già nota, codificata) e riconcilia il soggetto con quanto, nella musica, può essere detto: ciò che ne dicono, predicativamente, la Scuola, la Critica, l’Opinione». [38] E staremo rendendo un falso giudizio [39]. Torniamo al punto: nel mio caso, come in altri casi in cui ciò avviene (non sto parlando di una mia “singolarità”): siamo «insieme al di fuori del senso e del non-senso» [40], della significazione [41] e dell’insignificanza (termine con cui si indica totale assenza del processo di significanza); nel “non-luogo” del processo stesso, dell’evento non definito né definitivo, senza qualità come l’universo di Musil [42], dove «l’imperfezione è in qualche modo essenziale.» [43] 42

L’estetica filosofica o critica d’arte è la scienza che si occupa di scrivere di arte e sull’arte. I modi di questa scrittura indicano al massimo grado la coscienza umana sui suoi stessi processi di creazione ed enunciazione (artistica) e – considerando lo stato attuale della cultura e delle sue “discipline specifiche” sia artistiche che scientifiche, i suoi diretti riscontri sull’individuo e la sua coscienza umana – la condizione denotata ha gli attributi di un “dramma”, con le inplicazioni sociali che il termine comporta. Ecco il perché e il modo con cui connetto la voce Aisthànomai (etimologia di estetica) con l’espressione “il dramma della Coscienza [44]. Non asserisco quindi che l’arte vada salvaguardata dalla riduzione a sistema linguistico (quello della critica o riflessione filosofica), ma piuttosto che essa non è se non genera tali e soprattutto altri sistemi. E non è colui che vede solo i “dati statistici”. – Non è che il pittore scriva proposizioni sulla tela, ma è con proposizioni che pensa e partorisce ciò che raffigura, anche se ciò varia nei casi di improvvisazione o “scrittura automatica”. –  Il “luogo dello scontro” è il linguaggio, e il modo di concepirlo, dunque il modo di concepire. Ciò è a monte dell’arte, della pittura, della musica, della poesia, o delle loro possibili “specificità di linguaggio”: riguarda il pensiero di cui il linguaggio è il riflesso e la strutturazione. L’uno e gli altri sono attualmente avvinghiati con la fallacità della speculazione e, non intesi al di fuori di questa, non sono processi reali – il reale oggi giorno sembra essere il “verosimile”: «nient’altro che il prodotto di un occultamento “mitico” delle marche dell’enunciazione» [45], ovvero l’istituito, il già dato; ma il reale è l’istitutivo [46], ciò che si fa, il cui processo tocco con mano.46

Scrivevo poesie e le interpretavo, ma soprattutto: scrivevo poesie. Amavo molto il pensiero, l’idea di poterle raccontare, e per raccontare intendevo “mettere in forma”, performare, trasporre sul piano della rappresentazione, senza perdere l’azione: dire come agire. Il mio istinto sperimentale operava: mi lasciavo muovere dall’intuizione non condizionata [47]. Non ero interessata alle “tecniche” [48] – in questo caso poetiche – o all’acquisizione delle stesse, ma al senso originario delle cose, e a fermarmi ad esso; quel senso che colpisce l’intuizione e che riguarda la pura percezione, non forgiata dal raziocinio, non spiegata psicologicamente [49]; senso che è altro dal nozionismo e dalla definizione accreditata, e non può che essere indagato in prima persona. In questo io professavo e professo due cose: l’autedeterminazione della conoscenza (o conoscenza spontanea), la complementarietà (o non necessità) degli strati nozionistici [50].50

Il confronto con quanto ritenuto generalmente certo poi può avvenire solo in un secondo momento, propriamente accessorio. Nel caso della poesia, ricordo, un amico che invece aveva tutta l’aria di approfondire le questioni tecniche ovvero storiche della composizione poetica, e che talvolta scriveva in “19 sillabe” e ritmo martellante, tal altra in 30 e ritmo pacato, avendo letto qualche mio verso, mi disse un po’ fiero, un po’ imbarazzato: “ah tu improvvisi? Proprio non si direbbe” [51]. Questo perché, pur se sviluppato in modo estraneo a categorie, indici, nomi e definizioni, a svolgimento ultimato, un lavoro presenta una serie di caratteristiche, le quali si codificano, ovvero in virtù delle proprie conoscenze (saperi della memoria) possono essere più o meno individuate e definite. – Ecco dunque il confronto (del tutto accessorio) con quanto ritenuto certo, ovvero con le conoscenze nozionistiche (ammesso che si posseggano) e meccaniche dovute a inculcamento automatico da contesto sociale. – Io stessa posso individuare una serie di caratteristiche nella mia opera. Che le individui io o un altro, tuttavia, non si tratterà delle “caratteristiche della mia opera”, poiché l’individuazione avviene in virtù di conoscenze pregresse, sostanzialmente estranee all’opera stessa e alle sue qualità. 52

Il punto è che il lavoro è sorto prima, spontaneo, indipendente. Io non mi sono mai seduta a tavolino a costruire la mia opera nel più minuscolo tassello. Lo scrivo a chiare lettere, mi sembra. I miei saggi, discorsivi – come questo – non sono, e non costituiscono, la mia opera, sia essa musicale; essa sorge indipendente proprio perché è cosa altra. – La differenza è una differenza di linguaggi, a partire dalla quale si può parlare di “composizione” [52] e dell’opera stessa; ecco perché io rinnego “l’unità” e parlo di “indifferenziazione” e “piaghe”. [53] – Se io scrivo, non penso di costruire l’etica della mia musica, o addirittura la mia musica stessa; è estremamente fuorviante – nonché ancora una volta indice della mortalità della vera conoscenza che vige in questa società – confondere la scrittura con la costruzione a priori del proprio prodotto e la morte della spontaneità. [54] 54

Questa confusione è ancora una conseguenza di una falsa idea del sapere e della conoscenza, risponde ai principi della speculazione, del tutto accessori, da rifiutare con forza. Prendiamo Diffrazioni [55]. Io posseggo l’intuizione di “diffrazioni”, ciò che l’attività del mio pensiero concepisce intuitivamente, ovvero ciò che è al di qua del codice linguistico. L’intuizione, la osservo, la analizzo: così diviene concetto, pensiero in linguaggio, rappresentazione strutturata. Ecco conclusa la “propedeutica” e la “progettazione”. Passo all’operatività. Vado in studio, il mio amico e fonico Andrea Botti è con me per qualcosa in meno alle tre ore [56], masterizziamo due cd con le registrazioni effettuate e la ripresa è conclusa. Al computer, con Cubase, io faccio Diffrazioni: attraverso il “montaggio di cui io sola mi avvalgo e che considero opera” [57] compongo dunque le tracce, le quali poi rispecchiano un criterio strutturale tale da definirsi paradossale: quello della “non struttura” o negazione della stessa – dove la struttura è sistema chiuso [58]. Il paradosso è fin troppo evidente, e non necessitano precisazioni sulla definizione. Il montaggio è la composizione stessa delle tracce, non semplice editing finale, equalizzazione e missaggio, lavoro strettamente tecnico da fonico: piuttosto utilizzo questi strumenti all’interno di una concezione compositiva multimediale, digitale. [59] “Composizione” è dunque da intere in senso etimologico.59

In principio, non avrei potuto immaginare la tracklist, i titoli, la durata delle tracce, la loro “struttura”; avevo però due abbozzi (di cui sto per dire), il pensiero-concetto della “diffrazione” e una certezza: in studio avrei vocalizzato come ero solita fare ogni giorno da qualche anno: la registrazione avrebbe rappresentato anzitutto un saggio di tutto il vocalizzare degli anni 2002-2005, del lavoro di presa di coscienza e del modo in cui questo lavoro, in termini di pura vocalità, si è svolto. Il vocalizzare di qualche anno non fu chiaramente l’applicazione di una tecnica e/o di un metodo, non potrebbe dirsi “studio” nel senso inteso comunemente, ma l’esperienza della mia ricerca. 60

Devo ora rimarcare due passaggi del volutamente sintetico testo che accompagna il cd, poi intitolato “preliminare natura mentale”. In relazione a quanto detto, il primo sigla che la mia ricerca vocale: «avviene attraverso l’improvvisazione sfrenata; cui seguono le composizioni che avvengono invece attraverso un accurato montaggio che considero opera e del quale io sola mi avvalgo.» [60] – L’espressione “improvvisazione sfrenata”, denotante un certo tipo di improvvisazione [61], è inoltre utile a sottolineare (con forza) proprio l’assenza di qualsivoglia architettura alla base dell’opera corrispondente al risultato finale, nessun fine di ottenere il cd così come l’abbiamo. – Il paradosso della “non struttura” o negazione della stessa è in essere in quanto rapporto tra la ricerca vocale e l’“improvvisazione sfrenata” che si protrae come concezione nella fase di montaggio: questo rapporto precisamente dà luogo ad una progettualità nient’affatto a priori nel senso che procede come un processo, azione diversificata in momenti e fasi, come ad esempio la produzione di un film è. Il montaggio tra le singole voci, lungo questo processo, sorge come un’intuizione, «dalle fusioni alle corrispondenze, dalle non corrispondenze alle contrapposizioni» [62]. 62

La cosa lampante nel mio pensiero iniziale non era tanto l’improvvisazione in sé, esperienza del fare” che io dico determinante per la presa di coscienza su sé stessi in quanto veicolo di una produzione, al caso la produzione vocale. Questo è un principio del mio pensiero iniziale la cui cosa lampante è che il rapporto, tra l’improvvisazione e il montaggio, va da essere inteso in termini di coestensione: tra un fare come avvenimento ed esperienza diretta in corso – poggiante sulla tabula rasa da tutti i pressupposti della musica in quanto sapere dato [63] – e un fatto, quale la cosa trascorsa e compiuta eppur costituita dall’improvvisazione. In tal senso il montaggio dà luogo al cd con le tracce “montate”, alla forma finale del lavoro; in tal senso il montaggio non è mero completamento (dal punto di vista tecnico) né mera “rap-presentazione” (dal punto di vista estetico), ma la “ri-presentazione” dello stesso processo creativo come avvenimento (improvvisativo) per l'intelletto, e che si presenta alla percezione come azione in corso. Non stiamo evidentemente parlando di un fatto specificatamente musicale o artistico: il fatto è che «estrarre con il montaggio singole configurazioni di un certo materiale [le tre ore di registrazione] e correrarle in determinate combinazioni [editing/montaggio] è alla base di qualsiasi atteggiamento cosciente e intenzionale nei confronti della realtà.» [64] Tale montaggio delle tracce è il potente ritmo dell’incarnazione di un’idea, il centro della mia esperienza in quanto «riflessione sul concetto di "trasversalità"» [65]: ponte tra le esperienze, improvvisativa e costruttiva (concepite con distanza, intermezzo, interstizio) e veicolo della loro coestensione: veicolo dell’atto stesso che è il passaggio (poi “costante migranza”) dall’improvvisazione al fatto (o prodotto): lo stesso processo creativo. [66]66

Il secondo passaggio da ricordare nel testo sul retro della cover di Diffrazioni riguarda pertanto ciò che “mi ha interessato sin dapprincipio”: non già la “struttura (formale)”, ma il “punto di vista della struttura (formale)”, che la cosa osservata non coincide certamente con il punto di vista da cui la si osserva. Un punto di vista per definizione non è pragmatico – come taluni hanno inteso leggendo in me assoluto tecnicismo operativo – ma prospettico, nel senso che fornisce non un quadro, ma la sua visione. “Pronunciato ma non articolato” [67], non è una significazione ma una significanza, non una cosa ma un atto. Il mio atto è il processo di creazione da cui l’opera e la sua esistenza come cosa diversa da me e di cui fruire, ma anche quello di guardare la “struttura (formale)” nel suo porsi e costituirsi, "prendere luogo”, farsi forma. L’unica bozza che avevo al momento di fare Diffrazioni è la seguente: un foglio schizzato su due facciate. Su una i “testi recitati”, da recitare: per l’Intro Intelligibile e per la traccia 6 in seguito intitolata Di-Sonore [68]. Sull’altra la frase-emblema del mio differire, della quale dirò [69], con questa nota: «da recitare differenziatamente su base multitraccia appositamente improvvisata; da aggiungere (sul momento) lo sciogli / realtà me». Tale sciogli (lingua) ha poi avuto il suo sviluppo in Altàmere, traccia 3. Per base multitraccia (aggiungo qui) intendevo: la registrazione di frasi di vocalizzi in forma seriale, sovrapponendo alla prima la seconda, alla seconda la terza  così via, in modo comparativo, ovvero all’interno di un “sistema di differenze”, o di “a-sistema”, il quale contribuisce alla “percezione del fenomeno del movimento”. Tale fenomeno consiste «nello spezzare continuativamente una qualche forma statica [la ripetizione in serie di una frase di vocalizzi iniziata in precedenza] e nel raccogliere i frammenti di questa forma statica [attraverso la sovrapposizione di altra frase] in una nuova forma [l’insieme delle frasi differenti e pur contemporanee]». [70] In fase di montaggio, la traccia emblematica di tale processo non si è rivelata poi la 3, Altàmere, ma la 6, Di-Sonore. 71

Disponiamo di alcune osservazioni scritte a bruciapelo su questa traccia, durante il primo ascolto a seguito del montaggio, che, per paradosso, rispondono alla natura del tutto improvvisativa del suo esserci come a-struttura a stratificazioni costanti e seriali [71]. Gli appunti – che trascrivo subito – recitano uno schema programmatico: siamo nell’ambito del paradosso perché sono il frutto di scrittura automatica al primo ascolto.

 

Si tratta qui di un’esperienza che germina sul più naturale stato di andante poco mosso, che fa un affronto alla struttura significante (1) la quale è pertanto solo inizialmente stabile (e infusa, per il vero, da un piacevole stato di grazia, cheta).

L’esperienza a cui si fa riferimento è la destabilizzazione propria della struttura cosiddetta, la quale subito si rivela eppure mutando e continuando a mutare. La sua intuizione (2) è nascosta nell’irrompere di qualche suono inizialmente isolato cui prende a fare da tappeto una sonorità ottenebrata, modulata dalla traccia che chiamiamo oscillazione della struttura, da quell’altra capacità d’equilibrio, imprimente (ma che poi diventerà sporadica). La modulazione si accresce ad opera delle altre ottenebrata accresciuta e corrispettivo dell’oscillazione; cui si aggiunge subito (dando l’impressione “da ponte”) corrispettivo del processo (compiuto dalla capacità d’equilibrio), un suono palpitante e drammatico. Questa destabilizzazione (3), ormai imposta, dà vita (introdotta dal suono punti di fuga) all’implosione (4) la quale, in quanto costruita sulla reiterazione (dell’intuizione) - seppure proiettata verso altre e nuove soluzioni – si rivela ben presto fallace ovvero azione conduttrice di un certo ordine interno. Infatti il perno della detta implosione è la traccia suono che si svolge (a cui poi si accavalla apertura di profondità, accompagnata da una capacità d’equilibrio destabilizzata), il cui svolgimento germina uno stato al-di-fuori (5). Essa è inoltre simultanea a quell’altra di contrappuntistica profondità ovvero la voce del solo prefinale. Lo stato al-di-fuori, fatto da due tracce piene di sé, accompagnate da apertura di profondita, suono che si svolge, salti di fuga, è denso e ci fa dubitare della capacità di giudizio.

La struttura significante, destabilizzata, ritorna ad essere stabile. Per destabilizzarsi.

Sugue la parziale ri-messa in scena del processo. Il suono che si svolge è nella nostra immagine mentale. Lo stato al-di-fuori pare aver selezionato i suoi elementi e volge rapidamente ad assumere uno scopo, arricchito del tutto inaspettatamente da una frivola teatralità. Il corrispettivo della capacità si eleva e si ritrae. L’enunciazione intelligibile (dicotomia è la grande fragranza), corrispettivo successivo di frivola teatralità, ha così dato adito a tutto questo; si qualifica internamente all’al-di-fuori (6). – Metafora del rapporto invertito tra visione e conoscenza. - Infine, l’oscillazione della struttura e suo corrispettivo, con i punti di fuga, lasciano il posto alla contrappuntistica profondità. Segue il solo. Ma di apertura di profondità non si tratta. Eppure tutto questo non rappresenta il limite della fibrillazione e della febbricitanza dell’essere in atto.

La finale soluzione intelligibile probabilistica, così introdotta (e accompagnata da apertura di profondità, corrispettivo dell’oscillazione della struttura, infine da una capacità di equilibrio che ha mutato tutte le sue coordinate), ha un suono corposo eppure sottile, certo molteplice.

 

 

1.              STRUTTURA SIGNIFICANTE

                                                                            I.             Andante

2.              INTUIZIONE

                                                                            I.             Andante

                                                                        II.             Oscillazione della struttura

                                                                     III.             Sonorità ottenebrata

                                                                       IV.             Capacità d’equilibrio

3.              DESTABILIZZAZIONE

                                                                            I.             Andante

                                                                        II.             oscillazione della struttura

                                                                     III.             sonorità ottenebrata

                                                                       IV.             ottenebrata accresciuta

                                                                          V.             capacità d’equilibrio sporadica

                                                                       VI.             corrispettivo dell’oscillazione

                                                                   VII.             corrispettivo del processo

4.             IMPLOSIONE

                                                                                                               I.             Andante

                                                                        II.             Oscillazione della struttura

                                                                     III.             Sonorità ottenebrata

                                                                       IV.             Ottenebrata accresciuta

                                                                          V.             Corrispettivo dell’oscillazione

                                                                       VI.             Corrispettivo del processo

                                                                   VII.             Punti di fuga

                                                                VIII.             Suono che si svolge

                                                                      IX.             Apertura di profondità

                                                                          X.             Capacità d’equilibrio destabilizzata

                                                                      XI.             Contrappuntistica profondità

5.              AL-DI-FUORI

                                                                            I.             Andante

                                                                        II.             Sonorità ottenebrata

                                                                     III.             Contrappuntistica profondità

                                                                       IV.             Apertura di profondità stabile

                                                                          V.             Salti di fuga

                                                                       VI.             Suono che si svolge

                                                                   VII.             Due tracce piene di sé

6.              INTERNAMENTE ALL’AL-DI-FUORI

                                                                            I.             Andante

                                                                        II.             Oscillazione della struttura

                                                                     III.             Capacità d’equilibrio

                                                                       IV.             Ottenebrata accresciuta

                                                                          V.             Frivola teatralità

                                                                       VI.             Corrispettivo dell’oscillazione

                                                                   VII.           &nbs