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la voce per dire

 

 

La ricerca e la coscienza vocale, conoscitiva, dell'esistenza.

La tecnica e la didattica, la vocalità per forza di cose.

La verità sulla natura e la naturalità, la capziosità delle concezioni

vigenti.

Voce ovvero canale di trasmissione reale.

La materialità e l'originarietà, il rumore e l'indifferenziazione.

 

       frammenti tratti dal saggio FINITO DI SCRIVERE NELL'OTTOBRE 2006.

 

(...) La ricerca vocale in sè non è un fatto artistico, o meglio: lo è se si definisce (giustamente) l’arte nel senso più originario etimologicamente il quale la lega ai concetti fondamentali di tecnica – con riferimento diretto a fatti artigianali – e estetica – ai valori della percezione, sensazione, comprensione –. Se si elimina dunque la dicotomia tra arte e scienza e si considera scientifica la ricerca filosofica, in riferimento alla scientificità metodologica. –

(...)

Io dico incondiziato di tutto quello che è esplorativo. In tal senso solo le esperienze sperimentali scaturenti dalla necessità dall’esplorazione danno frutti consapevoli. In questo si trova il modo di dire ed essere una voce: non uno strumento da mettere a posto, né il mezzo verbale per eccellenza, bensì la prova dell’esistenza. Esistere vuol dire essere in una possibilità di rapporti. Esserci è l’essere-nel-mondo, essere in rapporto con esso in riferimento alla totalità del rapporto, ad una visione anarchica senza parti né per l’essere solo né per il mondo.

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La voce è “un canale che non trasmette più nulla” (Stratos) sia sul piano della coscienza che su quello della tecnica, quest’ultima sempre più stantia. Oggi a dominare c’è l’ordine estetico, non inteso nella sua accezione più pura di percezione e comprensione, ma in quella più mera, di moda e bellezza. Stratos si riferiva ai cantanti, in quanto persone che dovrebbero far funzionare la voce in modo pieno per antonomasia, invece alla constatazione c’è piuttosto un’assenza di funzionamento, al limite un funzionamento minimo che dipende dal finto bisogno di corrispondere ad un giudizio.

(...)

Una produzione vocale cruda, nuda di questi costumi, oltre ad essere attiva nel percorso di conoscenza di se stessa, geme, grida, cantando: di certo è destinata a turbare un certo ordine e un certo stato di cose. Al di qua della funzione referenziale astratta dello spettacolo mero della media vocalità, non corrispondendo ai dettami e alle abitudini in circolazione, essa è inusuale e inquietante, facilmente disprezzata. In ciò, pesa di senso.

(...)

La tecnica ci sottrae alla costrizione, alle condizioni che piegherebbero la nostra mente e la nostra vocalità alla stregua dell’appiattimento intellettuale ed estetico generalizzato. La tecnica adottata e definita oggi, invece, svolge la funzione referenziale del messaggio dell’imposizione e del plagio; se abbiamo il bisogno di avere voce questo ci sembrerà blasfemo.

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Al di qua di tali limiti culturali, dispensati dall’esecuzione della “cosa bella (e vischiosa)”, anzittutto troviamo il rumore: fenomeno acustico prodotto dalle vibrazioni irregolari di un corpo elastico; l’opposto del suono, prodotto dalle vibrazioni regolari. Questo vuol dire che il campo d’azione riguarda un tipo di produzione che non è corretto dire musicale a priori e in assoluto, dal momento che la musica è fatta di suoni. La produzione di cui professiamo è acustica. Guarda caso l’acustica è quella parte della fisica che studia la generazione, la propagazione e la ricezione dei fenomeni acustici. La voce è un fenomeno dato per natura, gli altri sono di produzione esterna all’organismo umano, e il suo studio in tal senso non ha eguali: implica di fatto il coinvolgimento fattivo di conoscenze interdisciplinari: anatomiche, psichiche e fisiche, filosofiche, antropologiche, in fine musicali.

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Il canto vero in sostanza, come sostenuto da Demetrio Stratos, la musica in voce, non si può ancora oggi dire tale; esso implica riconoscimento, accettazione e funzionamento della voce nelle sue possibilità dall’estensione a-morale e a-generica. Solo poi, il canto: l’inflessione e la modulazione della voce umana come discorso meta si pone sul limite/lotta tra suono e rumore, questione fisica, dove produce discorsivamente. Tanto più intenso è quello che viene rivelato nudo, intenso dal punto di vista dello scoprire sul momento quello che la voce dice. (...)

 

 

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