| |
Linea teorica
Theoretical line text
(scritto
nel febbraio 2007, tratto dal booklet del cd)
Aisthànomai è il termine greco
che sta per "percepire, comprendere". È l'etimologia della parola
"estetica" con cui si fa riferimento alla scienza filosofica applicata
all’arte.
Dunque, Aisthànomai, percezione
e comprensione: sensazione e conoscenza: arte.
Il che si può esprimere tramite la
proporzione:
la percezione sta alla sensazione
come la conoscenza sta all’arte.
La parola “dramma”
(dal greco
drâma –atos: azione)
ha più di un significato:
a. Vicenda o situazione triste e dolorosa
(è noto l’utilizzo dell’espressione in contesto teatrale).
b. Svolgersi
di un’azione - significato etimologico.
Per “dramma” s'intende dunque, con precisione, l’insieme delle vicende drammatiche che
conseguono ad un’azione. Così, nella realtà, come a teatro.
In considerazione
della suddetta accezione di Aisthànomai, l’azione drammatica a cui si
fa riferimento è quella dell’uomo in rapporto alla Conoscenza e all’arte,
delle quali egli ha una coscienza traslata dalla mondanità, una falsa coscienza: il dramma della coscienza, il
teatro delle vicende umane.
I.
La mia produzione
fin qui si ascrive a Diffrazioni Sonore, non solo session di
registrazione, ma cd emblematico del mio lavoro di creazione e di
elaborazione (post-produzione), del modo in cui lavoro, dei
significati che assumono per me la teoria e la pratica su concetti quali “sistema”,
“struttura”, “composizione”, “arte”. È chiaro che assunti così pregnanti
di senso non valgono un solo progetto, una sola sessione di registrazione,
una sola seduta di elaborazione digitale o una settimana di sedute. Si
tratta bensì di postulati che si pongono a fondamento di una vita e di
un’opera, in rapporto ai quali, quelli di molti illustri uomini nella
storia si pongono come contributi, e per il cui approfondimento non
basterebbero dieci vite, in questo mondo. Enunciati dunque che ritornano in
ogni mia creazione, come in ogni creazione, nella ricerca loro di una
forma in cui porsi e da agguantare. Parlavo infatti, per Diffrazioni,
di “costruzione”, “sensazione”, loro coestensione;
e il discorso è tutt’altro che esaurito.
All’improvvisazione in quanto esperienza empirica
così come andrebbe sempre intesa (mi sembra di urlare in Diffrazioni),
seguono ora altri concetti ed esperienze; anch’essi si situano “nel mio
operare nell’arte che riguarda non un disco, ma una vita”.
Io ho voluto
porre la voce al di qua di ogni schema noto musicale e non. E in questo ho
voluto porre l’arte in una condizione simile. Segue, per tanto, a
Diffrazioni Sonore, il disco di oggi.
Qui le cose che
risaltano all’orecchio, alla sensibilità e alla percezione tutta, sono
due: l’elettronica e il testo. Elementi “altri” rispetto la sola voce la
quale in precedenza ho voluto liberare tanto dalla musica quanto
dall’intellegibilità. Sono un gambero? Torno forse indietro? I riferimenti
di Stratos, Artaud, della recente Monk dove si pongono ordunque?
C’è da fare una
precisazione importante.
Senza
Diffrazioni Sonore oggi non potrei applicare, nel modo in cui lo
faccio, alle mie creazioni vocali
le elaborazioni digitali di suoni non vocali (ovvero usare l’elettronica),
né il testo (mio, tra l’altro, e di natura poetica).
Mi spiego meglio.
Nel campo
dell’elettronica quanto in quello del testo musicale e/o poetico, con
riferimento preciso ai relativi settori nell’attualità, io ancora differisco,
operando una frattura evidente, in un senso o nell’altro: in tutta linea
con la mia vocalità.
Ma solo dopo aver
liberato la vocalità (sinonimo di capacità d’azione)
io posso fare questo: liberare, nel mio lavoro, le concezioni di musica e
di testo applicato alla musica.
Quanto alla
natura dei miei testi devo ricordare che essa, nella natura stessa della
mia intera opera (a tratti testuale, vocale, musicale, teatrale) non
vuole essere settoriale, né lineare, ma reticolare
.
Ritorna in tal
senso l’assunto diffrazioniano: l’idea post-strutturalista di “testo
aperto”, di cui là indicavo la filosofia di Deleuze.
Il post-strutturalismo interessa infatti la cultura francese attraverso il
pensiero di alcune personalità chiave;
pensiero che ha origine nell’idea centrale della forza umana produttiva in
quanto tale. Quello che io chiamo l’agire, il lavorare nelle piaghe
sterili del linguaggio comune in cui dominano i concetti di “centro”,
“struttura”, “campo”; a favore di un attivismo “non comune” che volge
invece a “de-centramento”, “proliferazione”, “dislocamento”.
Il linguaggio
e la testualità comune devono subire anch’essi un rovesciamento.
In tal senso il
fondamento dell’operazione che attuo è in Derrida:
a partire dal quale il testo non è un sistema definito, ma una "circolarità
aperta continuamente ri-definibile e non riconducibile a un’unità" . È una
catena di rinvii che si presenta attraverso la differenza: negando ogni
razionalità onnicomprensiva.
Aisthànomai
comporta diffrazioni sonore,
e introduce diffrazioni testuali (laddove il testo comunemente inteso è
l’emblema dell’onniscenza che voglio scardinare) e diffrazioni digitali
(poichè il digitale, come tutte le conquiste tecnologiche, a mio dire, è
ancora troppo raramente messo a servizio della Coscienza umana, invece
messo quasi sempre a quello del profitto commerciale).
Per concludere
sulla testualità, mi permetto di citare Barthes:
«È
necessario liberare il lettore dalla sua condizione di minorità (così
anche l’ascoltatore), una condizione prodotta da una forma di testualità
rigida che esclude il fruitore dal “piacere del testo” e lo condanna
rispetto a un universo di significato predeterminato.»
Sulla Coscienza,
di cui annuncio il dramma, cito dai miei appunti sulla voce:
Coscienza: dal
latino, “essere consapevole”: nel senso di consapevolezza di sé e del
mondo esterno in quanto funzione psichica in cui si riassume ogni
esperienza conoscitiva del soggetto. Quindi: essere consapevoli ovvero
agire e conoscere nei confronti di sé e del mondo.
Nel rispetto
dell’etimologia, dunque, la parola “coscienza” non consiste, come nel
senso comune, nel conformismo indiscriminato (privo di dialettica) al
sistema di valori preminente: questo sistema non coincide in sé con
l’attuazione della conoscenza empirica e psichica, dunque non la svolge e
professa; coincide bensì con un’accettazione indiscriminata a priori di
meccanismi sociali secolari, pur marci. La consapevolezza di un edificio
morale che tende a disfarsi (i valori della società occidentale) e con cui
eccepire, per contrastare, e rifiutare: coscienza.
Ne consegue:
nella cultura attuale di medio consumo, non è in atto una questione etica
pura: un processo morale puro volto alla conoscenza delle possibilità dei
rapporti che l’uomo instaura con l’interno e l’esterno di sé
.
Bensì, all’evidenza, c’è una legalità sterile che investe il discorso
morale di finto animismo e accettazione del già dato; e c’è, in maniera
complementare, il lavoro di psicologi e psichiatri.
II.
Voce-materia-natura.
Elettronica-suono-tecnica.
Lingua-testo-concetto.
Ecco i tre
territori in cui si dirama e attua Aisthànomai (termine emblematico
di percezione e conoscenza) e sui quali si pone e nei quali si situa la
mia legge di non condizione conoscitiva: come fine espressivo
deliberatamente perseguito.
La musica?
Un codice. Della sua
nomenclatura, variamente alterata, nella considerazione storica della
logica morfologica, non interessa qui, se non in rapporto al valore
segnico di ogni suono e alla relazione tra i suoni, in vocalità come in
musica.
Quando si parla
di segni, in estetica e in semantica, in virtù di
coscienza storica, le categorie della popular music fanno ridere, è
evidente; in particolare, quella della classificazione dei generi appare
una questione mera e superflua (utile solo per indicizzare e dare un'idea
della storia agli incolti) a cui si può far fronte a fini conoscitivi
reali con un’indifferenziazione dei sotto-codici e delle sotto-categorie:
“Indifferenziazione filosofica delle grammatiche”.
Dall’interpretazione di questa definizione ricavo il senso che mi sta a
cuore:
Indifferenziazione dei codici linguistici di natura filosofica.
Indifferenziazione dei codici linguistici a partire dalla ricerca
conoscitiva.
Non-individuabilità dei codici (la grammatica linguistica è il
sistema, emblema di ogni sistema) all’interno della ricerca conoscitiva.
I codici in
vigore, le categorie, io non li abolisco a priori, dalla mia ricerca della
conoscenza, di cui la mia musica.
Ma facendo
saltare la corrispondenza tra caratteristiche e categorie, di qui la non
individuabilità a cui segue l’indifferenziazione (in termini deleuziani
oltre che pasoliniani), ciò che risulta, all’atto dell’operare nella
ricerca, sono le piaghe e le differenze; che scaturiscono dal vuoto di
senso che le categorie in rapporto tra loro, alla luce di una coscienza
storica, determinano.
Le cifre del
linguaggio dominante si contano nella corrispondenza ai crediti. Il
linguaggio dominante è sterile, in questo. Per tirarsi fuori dalla
mortalità morale e intellettuale che ne deriva, occorre lavorare nelle
piaghe del linguaggio.
All’interno
del discorso morfologico vocale
i codici in vigore sono tutte le forme di utilizzo della voce, dal parlato
agli stili di canto propri di ogni accademia (conservativa o moderna), da
cui deriva una concezione della voce stessa che corrisponde a capziosità
di campo quali: musica, teatro, speaking, ecc. Una concezione settoriale e
chiusa: in cui non c’è coscienza del molteplice e del reticolare, né
quindi dei significati dell’esplorazione e della Conoscenza.
III.
Non si è mai sguazzati nelle false
acque dell’anticonformismo, così come in questa epoca. Dove la modernità è
oggetto di ricerca, e parlando di post-modernismo e contemporaneità il
Rifiuto
è divenuto una questione meramente estetica.
E io che ancora credo che Rifiutare
sia un atto! E che un atto sia un’azione concreta che si impone nel suo
porsi e che crea una frattura. Rifiutare: tutto il non necessario. Ovvero
tutto ciò che assomigli a uno sputo, piuttosto che a un lago.
Per
un’introduzione teorica all’opera di Demetrio Stratos: J. El Haouli,
Demetrio Stratos, alla ricerca della voce-musica, Milano,
Auditorium, 1999; a quella di Artaud la bibliografia è vasta, si
consiglia: J. Derrida, Antonin Artaud. Disegni e ritratti, Abscondita,
2004 - J. Derrida, Antonin Artaud. Forsennare il soggettile, SE, 2005;
a quella attuale della Monk:
www.meredithmonk.org.
“La voce è
condizionata, sin dalla nascita di ogni uomo, da una sorta di
controllo culturalmente imposto legato al suo utilizzo intellegibile,
dalla circolarità della ripetizione dello stesso prodotto, cui
appartiene il soggetto catalogato e modellato”. Alla base della
catalogazione, della classificazione e della categorizzazione c’è il
significato e l’applicazione delle regole. La regola, in quanto
formula che prescriva ciò che si deve fare in un caso determinato o in
una particolare attività culturale, si connette alla significazione
più arcaica di ordine costante che si riscontra nello svolgimento di
una certa serie di fatti. L’ordine è: disposizione d'ogni cosa nel
luogo che le compete secondo un determinato criterio. Dunque il
regolare è l’individuabile secondo un criterio, da cui l’ordine,
poichè stabilito a priori per il funzionamento di questo o di quello.
La sterilità della voce, dell’azione umana e della coscienza si
riconducono alla catalogazione culturale e al rattrappimento
intellettuale da cui la società è dominata. (Cfr. J. El Haouli,
Demetrio Stratos, cit.) Far agire la voce significa dare ad essa
più importanza che al raziocinio, che alla volontà di usarla in un
modo oppure in un altro, che alla volontà di plasmarla, di
addomesticarla. Va precisato inoltre che: le voci più sperimentali
oggi continuano ad essere quelle che funzionano come uno strumento; si
sottolinea però che non c’è ormai niente di sperimentale in questo né
di avanguardistico. C’è ancora sudore di dottrina in questo, un
servizio che si rende “ad un’estetica armoniosa e in nessun modo
anarchica” (Ivi, p. 74).
Il significato di tecnologia,
oggi, si lega fortemente a quello di tecnica, da cui infatti deriva il
termine. In principio la tecnologia non era certo quella telematica;
tecnologia: comp. di tecno- e -logia, sul modello del
gr. technologhía 'trattato relativo a un'arte'. Per
approfondire e cogliere il senso degli aspetti scientifici
dell’elaborazione informatica ed elettronica, compiutamente, occorre
svincolarsi dalla concezione mondana e superficiale per cui tutto è
dato; e volgersi alle premesse storiche del fenomeno tecnologico in
sé. È in tal senso che quelli di tecnica e di tecnologia sono concetti
gemelli. Nel linguaggio comune la tecnica, poichè legata alla non
comprensione analitica della tecnologia, si qualifica, in tutti i
campi culturali, come un codice a cui rispondere, una falsa necessità,
un dovere: obbligo a cui si è tenuti per soddisfare a una norma.
L’obbedienza formale e l’interiorizzazione del dovere sono, infatti,
gli aspetti tipici della sottomissione ad un codice. Occorre tuttavia
precisare che: solo dall’operare, dall’azione in corso, emerge la
tecnica, la quale deriva il termine dal greco “techne” e dal
successivo vocabolo latino “ars”, il cui significato è “tecnica”,
qualcosa che ha a che fare prima di tutto con una manualità dal sapore
artigianale, quindi con la coscienza di poter fare, di essere capaci
ad operare. In tal senso la tecnica “ci sottrae alla costrizione”,
alle condizioni che piegherebbero la nostra mente e la nostra
potenzialità agente alla stregua dell’appiattimento intellettuale
generalizzato. Quella che si vuol apprendere e non si sa far sorgere
esiste solo in virtù dell’indottrinamento. Viceversa la produzione, il
far-avvenire in presenza qualcosa che prima non era, l’operare, il
creare, il far sorgere esige uno sforzo di sdegno nei confronti della
provocazione scaturente da un’imposizione travestita da tecnica.
Infine: «La tecnica è cosciente, volontaria, mutevole, personale e
creativa. Può essere appresa e migliorata. L’uomo è diventato il
creatore della sua tattica di vita. Essa costituisce la sua grandezza
e la sua sventura. Noi chiamiamo civiltà la forma interna di
questa vita creativa, creiamo una civiltà e patiamo una civiltà.» (O.
Spengler, L’uomo e la tecnica, Parma 1932, p.47; in A. Trione,
L’ordine necessario, cit., pp.32-33).
«Nella
fenomenologia dei rifiuti si trova la qualità e la peculiarità del
fare poetico» (A. Trione, L’ordine necessario, cit., pp.
117-118): «la volontà di rifiutare ciò che non obbedisce alle leggi
che ci si è imposti (rivelante la consapevolezza dell’operare
artistico), finisce per esercitare una tale costrizione sulla persona
che le opere riviste e corrette diverse volte e realizzate senza tener
in nessun conto la fatica e il tempo impiegato, si fanno sempre più
rare, e che nonostante la densità acquisita, si accusa di sterilità
l’autore troppo difficile.» (P. Valéry, Oeuvres I, p. 655;
anche in: A. Trione, L’ordine necessario, cit., p. 118; corsivo
mio). In tal senso il mio lavoro musicale e vocale si fonda senz’altro
sul rifiuto dell’inconcepibilità dei disprezzatori,
ignari delle premesse a fondamento del mio lavoro stesso.
|