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abstract tesi di laurea
pubblicato sulla rivista di
studi di Musiche Contemporanee "KonSequenz"
Nuova Serie - 16/2007
Anno XIV. Luglio-Dicembre 2007
Liguori Editore
[...] Nel
definire la “singolarità” e le qualità della musica di Davis per
Ascenseur pour l’échafaud, non possiamo prescindere dal fatto che essa
sia un elemento del film: costitutiva del campo sonoro (cinematografico) i
cui fenomeni “l’abitudine ci ha portato a considerare come naturalmente
propri” dell’immagine e della sua “singolarità”
:
L’immagine, ciò che nel cinema si designa con questa parola, non è il
contenuto ma il contenente. È il quadro (...) in quanto luogo di
percezione delimitato e visibile (...) un contenente che preesiste alle
immagini, che c’era prima di esse (...) È dunque una caratteristica
propria del cinema l’assenza di un luogo di immagini (...) ed è per
questo, e per null’altro, che si può parlare nel cinema dell’immagine al
singolare.
Il chiarimento di
Chion fa da premessa alla definizione della “singolarità del suono”, e
nello stesso tempo si pone in rapporto ad alcuni concetti fondanti
relativi l’audio-immagine: il “meccanismo del montaggio” come
“scardinamento del teatro della visione, praticato dal cinema non solo
in procedimenti specifici come la semisoggettiva”
;
la visione come “doppia visione”, di “un’immagine che è stata creata
dall’autore e contemporaneamente anche di un’immagine creata dallo
spettatore grazie ad un suo personale atto creativo”
;
l’idea dello “spettatore
come soggetto estetico”
;
quindi la definizione della singolarità dell’immagine
cinematografica come “intervallo” tra l’opera e il grado di appartenenza
al suo autore, tra cosa vista e atto del vedere.
Ecco che il
“percorso antioscurantista” nei confronti dell’audio-immagine, pur nelle
diverse teorie, si realizza nella constatazione di “un certo numero di
relazioni di assenza e di vuoto che fanno vibrare profondamente la
nota audiovisiva.”
È nostra opinione che il caso di Ascenseur pour l’échafaud sia
emblematico di tale percorso nell’utilizzazione della musica, e renda
possibile parlare del “luogo della musica nell’audiovisione” escludendo
definizioni astratte o chiarendone il senso.
[...] Dal punto
di vista della morfologia musicale, nella musica di Ascenseur pour
l’échafaud “c’è uno sviluppo di quel pensiero modale (...) che
diventerà una costante e una novità del jazz davisiano; del jazz, tout
court, di fine anni Cinquanta. E c’è l’accentuazione,
funzionalmente connessa al film, del senso drammaturgico del suono”
.
[...] Il jazz
utilizza dunque la tonalità “in maniera modale”; e un primo grado di
commistione in tal senso è il tratto più caratteristico della musica di
Ascenseur. (...) Davis realizza una “indeterminatezza di linguaggio”,
in stretto rapporto con la concezione blues, che incide anche sull’
“ordine del moto musicale”
;
nel suo blue period
,
infatti, egli produce opere cariche di tensione tra tempo misurabile e
casualità.
Jean-Louis
Ginibre afferma che, con Ascenseur pour l’échafaud, Davis “prese
coscienza delle caratteristiche di tragicità della sua musica, fino a ieri
espresse molto debolmente”
.
Più esattamente, il rapporto con l’immagine ha comportato l’esaltazione
della dimensione drammaturgica di Davis, in riferimento particolare al
senso del tempo. Da una parte, il suo fraseggio ha la forza di
“interrogarsi” e “far interrogare” sul tempo, poiché si pone imprevedibile
rispetto ai sistemi noti di misurazione, come il confronto con la
trascrizione mostrerà ampiamente. Da un’altra, il discorso musicale di
Miles Davis produce una sensibilizzazione del fruitore sull’ascolto e, dal
punto di vista audiovisivo, il rapporto con le immagini non può che
realizzarsi sul piano formale della musica stessa (davisiana) e
della scrittura cinematografica (malliana).
[...] “Parlare di
‹‹modernità›› nel cinema significa situare il discorso sul versante dello
stile”
:
nell’ambito della reciproca articolazione dei livelli “storico-culturale,
artistico ed estetico, cinematografico”, da cui deriva la messa “in gioco
dell’intero dispositivo, compreso il suo punto d’incidenza terminale, il
pubblico”. L’“esigenza autoriflessiva che è propria della stessa cultura
moderna”, scrive De Vincenti, si svolge “all’interno del linguaggio”
[...] Il processo di alterazione e disfacimento del montaggio a découpage
classico, e il procedere di una congeniale riflessione teorica
scaturita dal confronto tra “la grande stagione del realismo poetico, dei
Renoir e dei Carné degli anni Trenta e Quaranta” e l’esperienza
neorealista italiana
,
conduce dunque al sorgere di una scuola nouvelle, quella di
Truffaut, Godard, Rivette, Rohmer, e delle generazioni successive. Per
questi autori fare cinema vuol dire interrogarsi sulle
“condizioni della conoscenza”, sul “mezzo di riproduzione” ovvero
sui “modi di produzione del senso”, su quel piano che De Vincenti
definisce pertanto “formale (nel senso di filosofico, epistemologico della
parola)”
.
Con la Nouvelle
Vague francese, “seguendo un’ispirazione diversa e magari più autentica,
(il cinema) si libera dalla funzione, e si presenta come ‹‹linguaggio in
se stesso››, stile”
.
[...]
L’alterazione dei sistemi noti con il fine di indagare le possibilità
espressive, l’interrogazione sulla forma e la riflessione critica [sono]
le marche evidenti di una metaformosi della cultura vissuta ed espressa
tanto da Louis Malle regista quanto da Miles Davis musicista. Con
riferimento all’intera cultura moderna, l’opera dei due autori si pone
nella spaccatura tra tradizione e modernità, necessità della
ricerca ed efficace utilizzo di mezzi linguistici noti: il denominatore
comune delle due esperienze è la “sperimentazione, il confronto aperto con
la realtà, la messa in questione del linguaggio e di ogni certezza”; e
dunque, “il dubbio esistenziale”
che da ciò scaturisce.
Questa “linea rossa”
che unisce i “creatori” al di là dei settori (la musica, il cinema), non
avendo come fine primario l’incontro con il pubblico, è indice di un
sapere autoreferenziale.
[...] Il senso
della solitudine e dell’assolo, della ricerca e della resistenza ai
tentativi di repressione di una cultura non ancora riconosciuta (...) si
coniuga appieno con la visione malliana del mondo moderno; in cui il
rapporto tra individuo e comunità si svolge a discapito dell’individualità
dell’uomo stesso, annullando le differenze. Così, figure umane dal
movimento depersonalizzato accompagnano la Moreau per tutta la sequenza –
ritenuta emblematica: seq. 9, Nuit sur les Champs-Élysées –.
[...] Miles Davis
lavora sulle “sfumature” del suono, sulla “somiglianza tonale”
,
e così sulla percezione uditiva e sulla capacità di ascolto [...]
L’introduzione presenta una scansione temporale tale da essere definita
con la formula “out of tempo.” [...] Come Malle, iniziando “in maniera
improvvisa per poi rallentare”
,
incide nell’incipit del film la natura dell’intera sua opera; così Davis,
con un singolare trattamento del tempo, incide nell’intro la natura
della sua “performance” e del brano. Mentre il regista si concentra dunque
sui dettagli, il musicista si concentra sulle sfumature del suono. In tal
senso, il confronto tra il disco e la partitura mostra ampiamente che il
4/4 di Miles Davis è un tempo dilatato, che non è possibile scandire con
il metronomo. Davis dilata e restringe, entra nella metrica e poi ne
fuoriesce, nel corso dell’incisione. È in effetti lo stesso procedimento
adottato da Malle nella sua scrittura, nei confronti della “linearità del
racconto”, in rapporto alla “complessa sintassi elaborata dai colleghi più
anziani”
,
e che nel caso della sequenza 9 si manifesta nella forma del montaggio
“frammentato”.
[...] Il brano
Nuit sur les Champs-Élysées (take 3) è in tonalità Re minore; tempo
4/4; presenta 50 battute di cui l’ultima di 2/4; durata: 2’47’’
.
[...] Realizza l’incontro tra “forma blues” e modalità [...] a partire
dalle alterazioni della tonalità di Re minore, in ragione della cadenza
blues del fraseggio.
[...] Da un lato
questo “discorso musicale” ha una costante nell’alternanza tra quinta
diminuita (La bemolle) e quinta giusta (La naturale), che rimanda al
cromatismo tra quarto e quinto grado della scala blues. Dall’altro, gli
intervalli che caratterizzano questa scala – terza diminuita (tra Re e Fa)
e settima minore (tra Re e Do) – si ritrovano nella scala modale di Re
dorico. In proposito scrive Cerchiari:
Il modo
dorico costruito sul re comprende (secondo lo schema del dorio, ossia la
posizione del semitono fra secondo e terzo e sesto e settimo) non il fa# e
il do#, bensi fa e si naturali, ossia la terza e la settima abbassate di
un semitono rispetto a re maggiore (...)
È manifesto il fatto che, “contenendo” per
definzione terza e settima minore, il modo dorico insista sugli stessi
intervalli tipici della scala blues.
Attraverso questo
riferimento, Ascenseur prelude all’adozione vera e propria del modo
dorico che Davis attua nel brano più tardo So What
.
Precisiamo che la scala di Re dorico corrisponde a quella di Re minore
naturale
,
fatta eccezione per il sesto grado: il Si naturale nella prima, bemolle
(in chiave) nella seconda. In quest’ottica, Ian Carr afferma che il
fraseggio davisiano realizza in Ascenseur un “forte sapore modale
ruotando ambiguamente intorno a re minore e fa”
:
egli si riferisce all’alterazione ritornante dei gradi sesto e settimo
della scala, dalla quale deriva la distinzione tra le scale di Fa maggiore
e Re minore melodica.
[...]
La
composizione risulta mossa da brevi, fitte cellule melodiche che si
legano tra loro lungo il registro medio con incursioni in quello acuto;
gruppi di note che non si ripetono in sé, bensì ripetono la loro
differenza:
l’uso “essenziale, sintetico e denso della frase e
del melos”
,
in virtù dei cromatismi e dell’uso dello spazio, è tale da realizzare
l’elaborazione continua della medesima cosa.
Il gruppo
discendente La bemolle-Sol-Fa costituisce nella prima parte del brano la
tensione che culmina, ma senza terminare, nel passaggio di pedale
dal La (quinta) al Do (settima minore) che occupa le battute 22-25. In
questo modo, la curva melodica “prepara ma differisce in continuazione la
sua cadenza”
,
e infine “non cade” ma “resta in sospeso”. L’assenza di un vero e proprio
passaggio di tonalità da maggiore a minore, realizza la “falsa cadenza”,
da cui deriva un senso di sospensione e di tensione non sopita. È così che
nel dramma filmico Julien e Florance non si incontreranno mai.
[...] La
costruzione generale della scena – sequenza 9 – si fonda sulla
realizzazione di “punti di sincronizzazione evitati”. [...] Davis
costruisce le sue frasi ritardando costantemente il primo suono in
rapporto ad ogni piano e allo stacco tra un piano e l’altro.
[...]
Il flusso
sonoro (il fraseggio musicale) e il flusso visivo (la composizione della
scena) si rapportano in modo non sincrono e non accomodante ma senza il
presupposto della casualità, bensì in virtù di una logica di
concatenamento che realizza, nel senso chioniano della metafora, una
“cadenza evitata”: un vasto “movimento di anticipazione.”
[...]
L’inizio – della sequenza 9 – è segnato da un fade incrociato tra
lo strascico del tuono e la musica. L’estensione del suono
diegetico (il tuono) nell’incontro con la musica ha l’effetto di isolare
l’audio-spettatore dalla dimensione esterna della realtà
rappresentata, per introdurlo nella visione soggettiva della donna.
Sul fade molto graduato si pongono le variazioni di focale, come
segnali visivi dell’introduzione nell’atmosfera incerta che connota la
sequenza.
[...
Si
presenta] il valore metaforico molto forte sul tema dell’incomunicabilità,
caro al cinema e al pensiero di Louis Malle
:
gli individui della società moderna come i manichini [dei negozi lungo il
percorso della protagonsita] sono immobili oppure in mostra, mentre chi
pur essendo in primo piano (in tal caso il personaggio Florance) e si pone
domande – non sappiamo quali: il campo sonoro è costituito solo dalla
musica –, lo fa con il volto torvo e lo sguardo dritto dinanzi; i
movimenti del capo e delle labbra sono rigidi: ella parla tra sé e nessuno
la ode.
[...] La sequenza
esaminata introduce la percezione spettatoriale in un territorio non
rassicurante, anzi destabilizzante, sin dai primi fotogrammi.
[...] il
montaggio realizza una serie di corrispondenze, che coniugano la
struttura della scena con i già delineati tratti peculiari della poetica
di Louis Malle: la soggettività imprecisa, la solitudine e la
condizione di incomunicabilità, dell’individuo moderno, sono rese
attraverso la figura della “falsa soggettiva”
che permea la scena.
Ciò vale anche
per il campo sonoro: in apparenza commentativa (descrittiva della
situazione emotiva del personaggio), la musica impone bensì alla scena un
andamento incidentale (attraverso la disarticolazione formale).
[...] Il
fraseggio pausato e intenso di Miles Davis deforma
“contemporaneamente lo spazio e il tempo, li dilata e li restringe uno
dopo l’altro”.
Così l’intera sequenza, che a sua volta si pone come una frattura nella
struttura del film, auspica “l’esistenza e la consapevolezza della
discontinuità temporale”.
[...] “le azioni
non si concatenano più e gli spazi non si coordinano più”: “al posto di
una somma di oggetti distinti su uno stesso piano, ecco ora che l’oggetto
resta il medesimo, ma passa per piani differenti.”
La sequenza è la
“presentazione diretta di un tempo pesante, inutile e inevocabile, che
ossessiona il personaggio; e, da un polo all’altro, le potenze del falso
che tessono una narrazione, per quanto si svolgano in ‹‹falsi movimenti››”
.
[...] L’evidenza
del “doppio flusso”, flusso visivo delle immagini proiettate e flusso
sonoro della musica che si svolge mettendo “in scena quindi un ‹‹secondo
grado›› permanente”
,
non è un fatto scontato in riferimento alla musica extradiegetica; dal
momento che il Novecento audiovisivo fino a Godard
ha operato, con poche eccezioni, nella direzione attenuante del “duplice
aspetto orizzontale e verticale della catena audiovisiva”, facendo
convergere, in una “supposta unità ideale”, “la loro interdipendenza e la
loro dialettica”
.
[...] Rapporto
“senza subordinazione né commensurabilità”,
è “il contratto audiovisivo” di cui scrive Chion: “il contratto di un
rapporto naturale che rimandi a un’armonia preesistente tra le
percezioni”
;
si tratta di rimandare (alle percezioni), non già di imprimere
(nel rappresentato) l’armonia tra suono e immagine.
La disparità
dei termini operanti, i quali sussistono “separatamente nello stesso
tempo, è infine la condizione propria della catena audiovisiva, che si
mostra attraverso un missaggio udibile e un montaggio visibile,
sotto forma di “tracce rivelatrici del lavoro dell’immagine e del suono,
che sono rimaste nella copia finale.”
[...] Troviamo
nella rappresentazione malliana, con il vivo concorso della musica di
Miles Davis, la comparazione: la differenza come “oggetto di
un’affermazione corrispondente”. Nei termini in cui viene esposta dalle
prime pagine di Différence et répétition, essa corrisponde al
fulcro del pensiero deleuziano in toto, nonché a quello del pensiero
deleuziano sul cinema. Lo statuto “ottico e sonoro” che mette in scena il
“tempo in divenire”, “scolpendo il tempo”
,
corrisponde di fatto ad un livello della percezione spettatoriale fondato
sul contrasto tra elementi di diversa natura e agenti in simultaneità,
ciascuno con la propria identità, dalla propria parte, “differenti ma non
opposti”. Questo stato della percezione è il fondamento della concezione
reticolare e non gerarchica o settoriale della conoscenza tanto professata
dalla filosofia di Deleuze, quanto rappresentata da autori che hanno
rovesciato codici e stilemi di categoria facendo coincidere l’opera con la
ricerca sul mezzo, e sulle condizioni della conoscenza.
Espressione con cui si fa riferimento a un gruppo di
opere comprese tra il 1957 e il 1960.
Blue Period:
periodo blue, laddove con il termine blue si fa
riferimento alle blue notes: note corrispondenti, nel blues e
nel jazz, a uno dei gradi III, V e VII della scala diatonica (formata
da sette note) abbassate di meno di un semitono, o comunque a suoni
leggermente “calanti”. Si definisce così il periodo in cui Davis,
unitamente al senso nostalgico del “suono calante”, assume la
disposizione modale. L’opera emblema di tale periodo è Kind of Blue
(Columbia, 1959), in cui l’orizzonte dell’armonia modale davisiana
si schiude in maniera evidente, unitamente al senso superiore
dell’intesa non preordinata tra i componenti del gruppo. Il
disco fu registrato il 2 marzo e il 22 aprile con J. Coltrane (sax
tenore), C. Adderley (sax contralto), P. Chambers (contrabbasso), W.
Kelly e B. Evans (pianoforte), J. Cobb (batteria).
Il
brano So What, concepito da Davis sul modo di Re dorico, è la
traccia 1 del disco Kind of Blue. Cfr. 1.5. La drammaturgia
del suono, p. 46, nota 168.
G. Deleuze, L’image-temps. Cinéma 2, Paris,
Editions de Minuit, 1985 [tr. it.
L’
immagine-tempo. Cinema 2,
Milano, Ubulibri, 1989, pp. 54-57].
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