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La Mia Anima Blues Romina Daniele, marzo 2006
La prima cosa che ho notato nei suoi occhi è stata la sua disapprovazione. Più che averla notata razionalmente mi si è presentata come trasmissione diretta non di sensazione ma di sentimento. Io ero quella macchia nera dalla postura altezzosa in prima fila a due metri da lei; pure mista ad un pubblico variegato grossomodo incolto e non vero come l’esibizione avrebbe richiesto. Lei era Odetta. La sera prima dell’incontro con la Galas e con parte dei membri del Comitato Premio Stratos, con una eccitazione simile io ero alla Blues House da Odetta. Il pubblico però si è dimostrato lo stesso di quando andavo tempo fa a fare la corista, o di quando su quel palco c’era la band più anonima e mediocre. Non so quante persone erano lì con la mia stessa emozione nel petto. Odetta per me è una vocalist importante, determinante; è stata oggetto di studio e passione e.. ho potuto ascoltarla a due passi da casa mia per una cifra misera, insieme ad un pubblico che si è manifestato occasionale. Parliamo di blues, vero storico grande blues; vera storica grande fetta della musica. Quella moderna ha avuto inizio qui, e la gente non lo sa. Ride, beve la sua brava birra, borbotta cose fuori luogo e coscienza convinto di farsi il figo; e si spaccia per un amante, un conoscitore, un fruitore della buona musica. La mia esperienza sperimentale dista da queste considerazioni cento anni di coscienza vacante. E sorrido sarcasticamente, sopprimendo un nodo in gola, nel riflettere. Lei sentiva in me un’antagonista dal punto di vista generazionale. Mi ha notata subito, e subito mi ha diretto un intenso sguardo torvo, a più riprese. Io rappresentavo probabilmente per lei (il mio aspetto rappresentava) quel nichilismo abietto che nessuna lotta ancora è riuscita a neutralizzare e che è diventato sempre più intenso dalla fine degli anni Settanta come stato culturale generalizzato. Il pubblico dei locali che ascolta con piacere il blues nella proposizione delle numerosissime coverband, oggi giorno, non è abituato a partecipare di un’esperienza emotiva intensa come è potuta essere l’esibizione di Odetta a Milano. In questo fatto convergono aspetti storico-culturali che sono materia musicologica e contro i quali le attuali condizioni di proposizione e fruizione musicale si scontrano per forza di cose. La forza del canto e i significati dell’espressione vocale, nella mia esperienza, non possono prescindere da osservazioni di questo tipo. Il fatto che la musica da definire realmente colta oggi non esista che contaminata, in connessione ad un processo storico che ha avuto inizio insieme con la codifica in sede critica del blues e del jazz, costituisce un discorso che merita di essere definito di natura ideologica non astrattizzante. Il mio lavoro, il cui riconoscimento si deve al Premio Demetrio Stratos, affonda le sue radici in tutto ciò che si riconsce vero a priori di ogni concettualità. Non sarei in grado di studiare l’opera di Stratos se non sentissi una tale forza ad animarmi il petto; nè di proporre alcun tipo di approccio alla vocalità non condizionata se non mi identificassi con quanto verbalmente può essere definito “essere-dare voce”. La mia attività "di genere" - giacchè oggi esiste con difficoltà una cultura blues pura, così come una cultura jazz pura, contaminate come sono dalle concezioni razionali di esseri troppo distanti (non solo fisicamente ma anche con l'emotività) dall'origine, codificate in termini di nomenclature sterili e nel migliore dei casi sistemate in uno scaffale della storia - si presenta a me stessa, per tanto, con un’intensità che non posso tralasciare.
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